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Intervista di Dejavuteam ad Erika Zacchello: si parla di costume jewelry!

Vi appassiona il vintage? Se siete qui, sicuramente la risposta è si!

Condivido con voi l’intervista fattami da Ana Muraca per Dejavuteam… si parla del mio libro e di gioiello non prezioso!

Per leggere tutta l’intervista cliccate QUI … buona lettura!

EZ

SARAHCOV1

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Speciale Macef 2013 – Caracol: un gioiello in equilibrio tra Ispirazione e Natura

Giovedì 24 Gennaio aprirà i battenti la 94° edizione del Macef, la fiera internazionale della casa e del design, che accoglie al suo interno una ricca sezione dedicata al bijou e al gioiello contemporaneo. Quattro giorni per scoprire quanto di più interessante offre il settore.

Ho deciso di darvi una piccola anteprima e di parlarvi di quelli che ritengo essere tra i designer e le realtà più interessanti.

Il primo post dello Speciale Macef 2013 è dedicato a Caracol di Eleonora Battaggia (in fiera la troverete al Pad 1 Stand M20 C).

Sono rimasta catturata dalla ricerca fatta su colori e volumi, combinazione che, in ogni gioiello dona un equilibrio di forme nonostante le soluzioni non convenzionali.
Quello proposto dalla designer é un gioiello “pulito” non solamente nel disegno ma anche nel concept: la scelta di utilizzare materiali di recupero da a questi l’opportunità di manifestarsi sotto una nuova luce e di vivere una nuova storia.

Ho voluto chiedere ad Eleonora di raccontarci il suo modo di interpretare il gioiello in questa breve intervista.


EZ: Eleonora, guardando le tue creazioni ci si rende conto che non si tratta semplicemente di gioielli ma di un vero e proprio progetto artistico. Qual è il concept di Caracol, come nasce e perchè la scelta di questo nome?

EB: Caracol nasce dalla necessità di essere coerente con le mie scelte di vita anche nella vita professionale. Nel mio percorso da orafa ho scoperto giorno dopo giorno di come questo settore (come tantissimi altri purtroppo) sia devastante per l’ambiente, a partire dalla fase di reperimento della materia prima sino alla produzione.
Con Caracol ho fatto una scelta diversa; intendo ridurre il più possibile l’impatto delle mie azioni, intendo raccontare quello che per me è importante e voglio comunicare che si può fare in modo diverso.
Ho scelto di dare il nome Caracol a tutto questo, perché Caracol significa chiocciola in spagnolo ed il segno grafico è una spirale: rappresenta la crescita senza fine ma anche il ritorno alle cose essenziali. Inoltre, El Caracol è l’osservatorio Maya di Chitzen Itza in Messico, il che mi affascina come tutto ciò che riguarda questo popolo e la sua terra.
Quello che cerco di produrre sono OrnaMenti nel senso primordiale del termine, non decorazioni fini a se stesse, ma ornamenti che portino significati e che comunichino qualcosa di chi li ha realizzati e di chi li indossa.

 

Caracol Collana Stringhe

 

EZ: Quello che mi colpisce di più delle tue creazioni è lo studio suoi volumi e sui colori. Come progetti e dai vita ad un tuo gioiello?

EB: I miei pezzi nascono sempre da un’idea e da una progettazione in cui cerco di mettere assieme il racconto con la parte tecnica. Schizzi a matita o a penna, studio dei colori e delle forme, poi ricerca dei materiali adatti, sperimentazioni e prove fino ad arrivare ad un punto in cui sento un’emozione, come un colpo al cuore, che mi dice che sono sulla strada giusta. Quello è il momento più bello da cui parte la realizzazione, la costruzione dell’oggetto fino ad arrivare alla conclusione solo quando mi pare di aver esaurito ogni aspetto.

EZ: Ogni tuo gioiello sembra raccontare una storia. Qual è il rapporto tra la creatività ed il mondo esterno? Come ti ispiri? Cosa ti ispira?

EB: Mi ispiro principalmente alla Natura nel senso di inizio e fine di tutto. Mi interessa la bellezza infinita di ogni forma della Natura stessa. E mi interessa il rapporto Uomo/Natura.
Caracol cerca di raccontare la distorsione tra amore e mancanza di rispetto, tra necessità e indifferenza che l’essere umano riserva ad ogni aspetto dell’ambiente in cui vive.
Utilizzare essenzialmente materiali di riciclo e recupero è un modo per raccontare questo, è rispetto per le risorse che non sono infinite. La creatività non ha bisogno di materiale nuovo di fabbrica per esprimersi, può trovare materia buona ovunque visto che ne sprechiamo in abbondanza.

Per maggiori informazioni su Caracol di Eleonora Battaggiawww.caracol.tv.it

Vi aspetto per il prossimo post dedicato al Macef 2013.
Stay tuned!
Erika Zacchello

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E’ Natale che albero! L’intervista di Collezionare.

E’ Natale, quindi perchè non condividere con voi questa intervista fattami dalla giornalista Domizia Dalia del mensile Collezionare?

Nell’intervista si parla di spille a forma di albero di Natale… buona lettura!

Erika

 

Tratto da Collezionre di dicembre 2012

 

E’ Natale che albero!

Per il collezionista: Christmas Costume Jewellery. VINTAGE Nel mondo del costume jewellery, in questo periodo, le coloratissime spille a forma di albero di Natale sono un classico.

 

● di Domizia Dalia 

Il vintage, come si sa, è molto di moda, e nel periodo natalizio le vetrine dei negozi che trattano questo genere, espongono idee regalo molto originali dal manicotto di pelliccia alla luccicante borsa da sera, dagli stravaganti occhiali tempestati di brillantini alla bigiotteria più scintillante. Proprio nel mondo del costume jewellery, in questo periodo, le coloratissime spille a forma di albero di Natale sono un classico. Ogni appassionato del settore ne possiede almeno una; addirittura alcuni collezionisti hanno concentrato il proprio interesse esclusivamente su queste creazioni realizzate con estrema maestria e ideate ogni anno dai designer più originali.
Erika Zacchello, giovanissima collezionista ed esperta di bijoux, ci racconta la storia di queste spille, che dagli anni Quaranta molte signore statunitensi amano appuntare sul proprio cappotto.

Erika, il mondo del costume jewellery è molto vasto e da sempre affascina moltissime donne. Oggi, c’è un grande ritorno dei bijoux vintage e l’attenzione cade spesso su quelli americani, come mai?
La bigiotteria, in realtà, nasce nell’Europa del Settecento, epoca in cui i nobili commissionavano copie dei propri gioielli da portare in viaggio, per non correre rischi in caso di furto. Nell’Ottocento molti artigiani europei, tra cui moltissimi italiani, emigravano negli Stati Uniti d’America e qui, in particolare a Providence nel Rhode Island, con l’abilità orafa europea, la produzione di bigiotteria raggiunge livelli altissimi e riscuote un enorme successo.
Durante la Seconda Guerra Mondiale – poi – a causa del blocco dei flussi d’informazione, si sviluppa un gusto peculiare che contraddistingue e identifica i costume jewellery americani.

Spille a forma di albero di Natale Spille a forma di albero di Natale Spille a forma di albero di Natale Spille a forma di albero di Natale Spille a forma di albero di Natale Spille a forma di albero di Natale
Tra i numerosi modelli su cui le grandi firme si specializzarono, ci sono anche le spille con soggetti natalizi, e in modo particolare mi riferisco a quelle a forma di albero di Natale. Quando scoppia il boom di questi oggetti, e qual è la loro storia?
Le spille ad albero di Natale, come in generale le spille a soggetto natalizio, sono una tradizione della cultura statunitense. Dagli anni Quaranta diventano un must per tutte le donne americane che indossavano questi bijoux colorati non soltanto per manifestare la loro partecipazione al Natale, ma anche per dimostrare la loro appartenenza al gruppo dei fedeli protestanti. Erano considerati, perciò, oggetti dal forte valore simbolico e anche per questo collezionati da molti. 

I modelli cambiavano di anno in anno, ogni designer si sbizzarriva nei diversi accostamenti di materiali e colori. Un occhio esperto come il suo può riconoscere a prima vista la mano del creatore? Quali erano i principali produttori e in cosa si distinguevano?
Come le accennavo, la spilla a forma di albero di Natale diventa un oggetto da collezionare e, per i designer, una sfida per ottenere modelli sempre più originali e d’effetto.
Dal 1940 al 1960 tutte le grandi firme di costume jewellery presentavano ogni anno la propria versione di questo albero festoso, ideando centinaia di Christmas Tree Pins – come vengono chiamate dagli americani – con forme, tecniche e colori differenti. Tra le più celebri posso citare: le spille di Stanley Hagler, che inizia la sua carriera con Miriam Haskell per poi fondare la sua azienda negli anni Cinquanta, con pendenti in vetro di Murano e madreperla; quelle di colore ghiaccio di Eisenberg, così come quelle multicolore e stilizzate in bachelite di Lea Stain.
Da lasciare senza fiato sono anche le creazioni natalizie di Larry Vbra, il designer di Brodway, noto per i suoi gioielli grandi, scenici e opulenti, in grado di stupire sempre.
Assolutamente un must have la spilla di Natale Dodds, un marchio molto raro e ricercato tra i collezionisti di costume jewellery, poiché rimase in produzione solo per una decina di anni, tra il 1950 e il 1960. Non possiamo dimenticare le spille natalizie firmate Trifari e gli alberelli Pell degli anni Sessanta, rifatti ancora oggi con gli stampi originali e con gli stessi materiali dell’epoca. Infine, le spille firmate JJ ricche d’ironia e di colore.

È chiaro che gran parte dei collezionisti di questo settore è americana. In Italia ce ne sono o lei è uno dei pochi esempi?
In realtà in Italia non sono così pochi come apparentemente può sembrare. Esiste un micro mondo fatto di appassionati, alla ricerca costante di pezzi da raccogliere, tra cui anche me!
Navigando on-line, basta digitare le parole giuste, per trovare questo genere di spille di vario tipo e prezzo, come fare per scegliere quelle giuste? Le quotazioni variano molto, vanno da pochi a centinaia di euro, che cosa porta ad avere una differenza così elevata?
I prezzi variano molto nei diversi Paesi. Nel mercato americano, per esempio, le spille Trifari sono meno costose rispetto all’Italia. Ovviamente il prezzo è determinato sia dalla domanda sia dalla rarità del bijoux. Alcuni marchi hanno fabbricato su larga scala, altri – avendo una produzione pressoché artigianale – hanno lanciato sul mercato un minor numero di pezzi e sono, quindi, più rari. Tendenzialmente i più costosi sono i bijoux che già allora era difficile trovare perché prodotti in minore quantità. Come collezionista consiglio per l’acquisto, di scegliere non solo in base alle quotazioni, ma soprattutto in base al proprio gusto personale; non stiamo parlando, infatti, di oggetti con un valore intrinseco, come potrebbe essere un gioiello in oro e pietre preziose, ma di bigiotteria che acquista un valore nel momento in cui è amata e indossata. 

Quali sono i pezzi più rari da trovare?
Sicuramente sono le spille ad albero di Natale firmate Miriam Haskell, Stanley Hagler, Larry Vbra ed Eisenberg.

Oltre a collezionarle, esiste ancora oggi la tradizione di indossarle nel periodo natalizio?
Certo, la tradizione della spilla di Natale vive ancora oggi; dal mese di dicembre, girando per le strade di New York, non è raro vedere appuntate sul bavero della giacca di signore di ogni età queste deliziose creazioni.

 

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Punti di Vintage: i Sentieri Preziosi del gioiello

Foto delle collezioni di Sentieri Preziosi a cura di Marco D’Antonio

Oggi voglio parlarvi di Sentieri Preziosi una viva realtà italiana che si dedica alla produzione di gioielli particolari, unici nel loro genere.  Questo brand nasce da un’ispirazione che fonde un gusto estetico che rimanda al lato più tribale ed ancestrale del gioiello, con i sapori delle tendenze vintage più attuali.

Gioielli importanti, presenti. Che vestono.

Gioielli di carattere, preziosi non solo per i materiali che li compongono ma anche per i percorsi che li portano attraverso epoche, culture ed immagini differenti.

In questa chiacchierata con Serena Giglio, anima e mente di Sentieri Preziosi, emerge la sua interpretazione del gioiello, la sua passione per i profumi dell’oriente, per i colori della terra, l’amore per l’arte e le cose belle. In questa intervista emerge il “punto di vintage” di Sentieri Preziosi che oggi vi voglio presentare.

 

E.Z.: Cara Serena, raccontaci cos’è  Sentieri Preziosi e chi sta dietro a questo progetto?

S.G.: Sentieri Preziosi è la realizzazione del mio personale modo di intendere lo charme e l’eleganza. Per me l’eleganza è la fusione del passato e del futuro, in un binomio perfetto nel quale nessuno dei due elementi predomina sull’altro, ma entrambi si fondono in un mix omogeneo. Il risultato sono creazioni moderne nelle forme e nelle realizzazioni ma antiche nei materiali, nei tessuti, negli accostamenti, tutte smontabili ed utilizzabili in varie modalità ed in vari mise.

In questo, ad onor del vero, sono “nipote d’arte” poiché i miei nonni erano esperti di gemme e di gioielleria antiquaria e, per me, che da bambina vivevo praticamente con loro, vederli descrivere le caratteristiche delle pietre, le peculiarità delle lavorazioni, è stato un vero e proprio “teatro vivente”. Ma l’amore della gioielleria non è nato subito. E’ stato un viaggio nell’esotica città di Istanbul a svelarmi il gusto per la gioielleria, che avevo lasciato sopito dentro di me per venticinque anni. Così, in una delle tante vie del Souq di Istanbul, luccicante di pietre preziose e di decori arabescati, è nata l’idea di disegnare una linea di gioielli e di chiamarla proprio Sentieri Preziosi, come quel sentiero del Souq che mi aveva fornito la rivelazione. E’ nata così la mia linea di gioielli, dal sapore “dinamico-vintage”.

E.Z.: Un forte legame con il passato reso attuale grazie ad una reinterpretazione: suona proprio come una definizione di vintage. Cos’è per te il vintage e qual è l’interpretazione che ne dai?

S.G.: Per me vintage è tutto ciò che non è solo bello da vedere ma che ha una storia raccontarti, che ti consente di calarti in un’epoca e di acquisirne, anche solo per poche ore, il gusto e il vezzo estetico. Vintage, è ciò che ti consente di compiere una “trasposizione”, che – immancabilmente – esalta la tua femminilità. Come fai a non sentirti un po’ una matrona, indossando orecchini con vecchie monete di epoca romana oppure a non immedesimarti in una ballerina del primo Moulin Rouge con addosso una collana di vecchio pizzo francese rubato ad una sottana anni ’50? Oppure ancora a non vederti a palazzo dell’imperatore cinese della Dinastia Chin se puoi possedere un bracciale con antiche giade istoriate? Mi piace sentirmi una donna diversa ogni mattina, certe volte – scherzando con le amiche – mi cambio di nome e di ruolo e riesco ad effettuare perfettamente la trasposizione proprio grazie ai miei gioielli. Questa è la mia idea di donna dinamico-vintage: una che non ama ripetersi, che non vuole essere sempre la stessa e che, soprattutto, odia ogni forma di omologazione e che fa della diversità il proprio baluardo di pensiero.

E.Z.: Immaginazione ed immagine: con quale immagine racconteresti Sentieri Preziosi?

Foto delle collezioni di Sentieri Preziosi a cura di Marco D’Antonio

S.G.: L’immagine che meglio descrive la mia Linea, pensandoci di getto, è la parure collana-orecchini in pizzo con micro-applicazioni-scultura realizzate in oro e pietre preziose: sensuale, romantica, perfettamente retrò, impreziosisce anche il più classico dei tubini. Ed è questa la chiave di volta della mia idea di vintage: un unico oggetto retrò, antico – etnico oppure di gusto occidentale non fa differenza – che, montato ad arte, renda unica la mise della donna che lo indossa e che sia riconoscibile, anche senza logo, come una creazione Sentieri Preziosi.

Foto delle collezioni di Sentieri Preziosi a cura di Marco D’Antonio

E.Z.: I gioielli spesso sono un oggetto che ci ricollega ad incontri, pensieri, ricordi ed emozioni. Qual è il tuo punto di vista rispetto a questo lato più emozionale e personale del gioiello?

S.G.: Mi piace studiare la storia dei materiali che adopero nei miei gioielli, gustarne l’utilizzo nelle epoche passate, sapere quali dive o personaggi ne facevano uso. Amo la competenza che non è improvvisazione e che pretende un rispetto quasi sacrale per l’ornamento che si va a creare e che sarà indossato da una donna amante del bello e del ricercato. Per questo, cerco di mettermi in gioco in ogni collezione, temendo sempre un po’ il giudizio del pubblico che rappresenta il giudice più attendibile e solo il sorriso accondiscendente dei miei fantastici nonni, dopo un’attenta  e critica valutazione di ogni pezzo, mi fa capire che “sto facendo bene”. In fondo l’attitudine alla concezione antica e retrò del gioiello la devo tutta a loro. Mi accompagna sempre il monito di mia nonna: “chi mette un po’ di storia e un po’ di antico nelle propri creazioni non risulterà mai banale”.

Per contattare Serena e Sentieri Preziosi potete visitare il sito Internet www.sentieripreziosi.it

Visitate la pagina facebook della maison per restare aggiornati costantemente su tutti gli eventi e per ammirare le interpretazioni delle varie collezioni a tema, nelle fotografie realizzate dal Fotografo ufficiale della Maison: Marco D’Antonio che è anche l’autore delle fotografie utilizzate nell’intervista.

 

A cura di Erika Zacchello

 

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Intervista a Paolo Zani: un cuore che batte per la storia di Casalmaggiore

Cari amici,

alcune settimane fa, annunciandovi la presentazione del mio libro, ho avuto l’occasione di parlarvi del Museo del Bijou di Casalmaggiore. Avendo ricevuto diverse email in cui mi sono state richieste alcune informazioni in più relativamente a questa realtà, ho deciso di intervistare Paolo Zani, il pesidente dell’associazione Amici del Museo del Bijou di Casalmaggiore, al fine di poter soddisfare la vostra curiosità e il vostro interesse.

Intanto ringrazio Paolo Zani per questa interessante intervista, ricca di informazioni e di curiosità, e vi auguro una buona lettura!

Erika


D: Dott. Zani, in veste di presidente dell’associazione, può raccontarci quando, come nasce e di cosa si occupa l’Associazione amici del museo del bijou di Casalmaggiore?

L’Associazione “Amici del Museo del bijou di Casalmaggiore” nasce per felice intuizione del suo fondatore, dr. Francesco Zaffanella, il sette novembre 1986 con atto notarile. I soci fondatori furono nove.
L’Associazione, come recita l’atto fondativo, senza finalità di lucro si propone di perseguire diversi scopi, tra cui raccogliere e valorizzare oggetti di oreficeria in metallo non prezioso, medaglie, occhiali, monili vari ecc., materiale fotografico e documentale, macchinari ed attrezzi da lavoro provenienti da industrie locali e non locali produttrici di questi oggetti; promuovere attività di carattere culturale ed informativo al fine di contribuire alla ricerca scientifica, storica ed artistica nei diversi settori di competenza del Museo; adottare iniziative di carattere didattico per creare le condizioni favorevoli alla rinascita dell’industria orafa nel Comune di Casalmaggiore.

D: Può raccontarci qualche aneddoto sulla nascita del museo del bijou?
Il Museo, come spesso accade, nasce del tutto casualmente. Bisogna precisare che l’azienda, la F.I.R.,  che produsse per parecchi decenni bigiotteria, esiste ancora oggi nonostante abbia diversificato e abbandonato questo tipo di produzione.
Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso, alcuni operai ancora dipendenti della F.I.R. che avevano lavorato anche alla produzione di bigiotteria, vengono a conoscenza del fatto che l’azienda, dovendo recuperare degli spazi inutilizzati e adibiti a temporaneo deposito dei “vecchi” campionari del bijou, intende disfarsi del materiale rimasto vendendo il tutto, per pochi spiccioli,  ad un rigattiere di  Parma.
La sensibilità di questi due operai, Miro Lanzoni e Giovanni Moreschi, che avevano intuito la grave perdita per tutta la comunità di Casalmaggiore,  fece sì che della cosa venissi a conoscenza io direttamente; allora ero sindacalista nella zona casalasca e seguivo le vicende di quest’azienda.
Una sera vedo arrivare nel mio ufficio Miro e Giovanni che, un po’ agitati, mi informano delle intenzioni dell’azienda  e mi chiedono se sia possibile fare qualcosa.
Immediatamente presi contatto con l’allora Sindaco, Antonio Gardani anch’egli ex dipendente F.I.R. e persona sensibile alla storia locale che, informato del fatto, si mise in contatto con l’amministratore delegato dell’azienda, Carlo Bergamaschi, per bloccare l’operazione.
Nei giorni seguenti  tutto il materiale veniva ceduto al Comune di Casalmaggiore con l’impegno di liberare al più presto i locali dove il materiale era immagazzinato.
Fisicamente,  siamo andati personalmente a ritirare il tutto, non dico in che condizioni era il materiale, e l’abbiamo portato in un’aula dell’ex liceo che ci era stata messa a disposizione dal Sindaco.

Un'immagine del "Fabbricone"

A questo punto veniva il bello! che fare?
La prima idea fu quella di ordinare e conservare la raccolta ma, con il passare del tempo, acquisite diverse macchine, attrezzi da lavoro, stampi e documenti, si passò a progettare non una semplice raccolta o museo aziendale ma un museo archeologico – industriale anche se di limitate dimensioni ed estremamente specializzato.
Mi piace qui ricordare la figura del compianto dr. Zaffanella che con metodo, pazienza e precisione passò dall’idea al progetto.

D: In che modo si passò dall’idea al progetto?
Innanzitutto prendendo contatti con il prof. Sergio Coradeschi del Politecnico di Milano che una volta visionato il materiale ci incoraggiò a continuare nell’impresa, poi tenendo contatti con il settore musei della Regione Lombardia nella persona del dr. Alberto Garlandini che, di fatto, intuendo l’importanza dell’iniziativa, ci legittimò.
A questo punto avuta “la benedizione” dei tecnici e dei “politici” si trattava di partire concretamente.
L’amministrazione comunale deliberò la costituzione del Museo del Bijou di Casalmaggiore e all’Associazione toccò di fatto l’onore e l’onere di realizzarlo.
C’era da inventare tutto: dalla pulizia degli oggetti, dal colore delle cartelle sulle quali collocarli,  dal restauro delle macchine e qui mi viene in mente una accesa discussione sul come riverniciare le macchine.
Si trattava di decidere se utilizzare il “grigio” piuttosto che il “verde” macchina, perché abbiamo scoperto che ogni epoca aveva il suo colore di adozione…e poi, la vernice, doveva essere “liscia” o “martellata”? Le macchine andavano restaurate di tutto punto o lasciate con i segni dell’usura e del tempo?
Ovviamente senza l’aiuto di nessuno perché, al proposito, le scuole di pensiero si sprecavano.
Non posso, qui,  dimenticare anche  l’importanza del lavoro di due ex operarie della F.I.R., due sorelle dai nomi vagamente da “romanzo d’appendice”, Sebastiana ed Artemisia che fisicamente si assunsero l’onere di riportare su cartelle nuove tutto il materiale, da loro stesse, debitamente ripulito.
La cosa curiosa è che, queste due splendide signore, avendo lavorato nel settore campionatura della F.I.R. ricordavano ancora la disposizione degli oggetti ed anche la loro presunta datazione e quindi riuscirono a ricostruire, nella gran parte dei casi,  le cartelle così come erano originariamente.
Nel 1989 si realizzò la prima uscita pubblica con la mostra ” Il Museo del bijou di Casalmaggiore -Dall’idea al progetto”, una mostra in cui si presentava l’iniziativa ed alcuni oggetti, macchine restaurate e strumenti di lavoro oltre a documentazione cartacea e fotografica d’archivio.
Fu un enorme successo perché, c’è da dire, che la produzione di bijoux interessò la nostra comunità per più di settant’anni e nei tempi d’oro occupò fino a 600 dipendenti. Si può dire  che non ci fu una sola famiglia di Casalmaggiore che non fosse direttamente o per indotto interessata alla produzione di bijoux.

Spille a fiore esposte al Museo del Bijou di Casalmaggiore

Spille a fiore esposte al Museo del Bijou di Casalmaggiore

Si può tranquillamente affermare che il  “Fabbricone”, come confidenzialmente viene ancor oggi definita la fabbrica, ha rappresentato per anni una delle poche risorse del territorio.
La cosa veramente bella e curiosa era vedere anziani ex operai ed operaie,  davanti ad una gigantografia che riproduceva le maestranze negli anni ’30, riconoscersi e riconoscere vecchi compagni di lavoro: quanti commenti, quanti ricordi, quanti pettegolezzi ormai destinati all’oblio.
Capimmo subito che noi e l’Amministrazione comunale avevamo visto giusto: l’idea del Museo  era piaciuta perché fortemente radicata nel territorio.
Sulla scorta di questa iniziativa si riuscì a recuperare altro materiale, anche da privati,  per l’allestimento del Museo.
Anche ditte esterne ci fecero dono dei loro campionari, di macchine e di strumenti da lavoro.

D: Nel suo racconto si sente molta partecipazione e passione. Come si diventa soci dell’associazione qualora si volesse condividere con voi tutto questo?
Molto semplicemente facendo una richiesta o dimostrando l’interesse concreto alle nostre iniziative.

D: Quali iniziative sono state promosse e portate avanti dall’associazione?
Innanzitutto il recupero e la valorizzazione del materiale museale e poi la sua catalogazione fotografica mediante foto con negativi di alta qualità visto che allora non c’era ancora la tecnologia digitale, per poter permettere agli studiosi di consultare tutto il materiale comodamente. I pezzi singoli conservati nel museo sono più di ventimila quindi non facilmente accessibili.
Poi la realizzazione del Museo: il sogno si è realizzato con l’inaugurazione avvenuta nel 1996.
L’Amministrazione comunale nell’ambito della realizzazione della nuova biblioteca individuò uno spazio nei seminterrati del collegio ex Barnabiti che fu destinato alla sede museale.
Da allora l’Associazione si è spesa per sostenere il Museo e per dare nuove idee ed iniziative per il suo sviluppo.
Abbiamo pensato che fosse opportuno individuare dei settori specifici nel materiale a nostra disposizione per fare delle mostre temporanee a tema fisso corredate da pubblicazioni tematiche: questo per poter realizzare nel tempo una sorta di “raccolta” a dispense di tutto il materiale diviso per aree tematiche.

Foto presente nella mostra fotografica sui 25 anni di storia del Museo del Bijou

Per ora abbiamo già concretizzato due temi, “Il sacro indosso”, utilizzando parte del materiale religioso prodotto si è realizzata una mostra tematica con relativa pubblicazione.
Bisogna sapere che negli anni d’oro la produzione di materiale religioso rappresentò una parte cospicua della produzione di bijoux; potrei tranquillamente affermare che in quegli anni (’30 e ’40) non ci fu Santuario nel mondo che non vendesse materiale prodotto a Casalmaggiore!
E poi “La fabbrica dell’oro matto”, un’interessante mostra sulle macchine utilizzate per la produzione di bijoux. La pubblicazione che analizza le varie funzionalità e utilizzo delle macchine  è stata realizzato con il contributo del Cesa (Centro per la storia dell’Ateneo) del Politecnico di Milano.

D: Quali sono i progetti sui quali l’associazine sta lavorando?
L’associazione, ultimamente, ha vissuto un brutto momento: infatti nell’agosto 2010 ci ha lasciato il suo fondatore e Presidente da sempre, il dr. Francesco Zaffanella.
Ma, nel suo ricordo,  e per non lasciare cadere nel nulla l’Associazione nella quale aveva tanto creduto e aveva speso gran parte delle sue energie ci siamo rimboccati le maniche.
Recentemente abbiamo realizzato una mostra fotografica per festeggiare i 25 anni di fondazione dell’Associazione nella quale con 70 immagini ripercorriamo tutta la storia di questi nostri primi 25 anni.
Quanti ricordi, quanta nostalgia nel riscoprire l’entusiasmo che ci ha animato e che speriamo ci animi ancora per il futuro.
Grazie ad un rinnovato spirito di collaborazione con l’attuale Amministrazione comunale, l’Associazione sta ritrovando il suo ruolo e nuovo slancio per il futuro.
Per l’immediato abbiamo in cantiere  una mostra monografica su Paride Bini un insigne incisore, da anni scomparso,  che ha lasciato parecchio materiale sulle sue varie abilità artistiche nel campo specifico del bijou.
Vorremo realizzare un “mercatino del bijou” invitando operatori qualificati nel vintage e bijou d’epoca da tenersi due, tre volte all’anno negli spazi adiacenti al Museo.
Siamo intenzionati anche a proseguire nell’assistenza ai visitatori del Museo soprattutto per quanto riguarda l’attività didattica rivolta agli alunni delle scuole: questo è un campo di intervento molto felicemente sostenuto sia dall’attuale conservatore del Museo, Dott.ssa. Letizia Frigerio, sia dall’Assessorato alla cultura poichè hanno intuito che il Museo non può ridursi ad una mera esposizione di oggetti ma deve trovare nuovo impulso in attività “non tradizionali”.
Il lavoro non ci manca, l’entusiasmo neanche, speriamo di essere ancora utili al nostro caro Museo del Bijou di Casalmaggiore!

 

Un grazie sincero a Paolo Zani per questa intervista.

Per approfondimenti sul Museo del Bijou visitate il sito ufficiale .

Qui di seguito potete visionare un’intervista rilasciata da Paolo Zani per il TGR Prodotto Italia.

 

Erika Zacchello

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Il punto di vintage di Narcysa Retro Chic: i ricordi in una borsetta

Cari tutti,

come annunciato nel precedente post, questa settimana viene pubblicata la prima intervista dedicata al punto di vintage di una realtà che ha voluto raccontarci il proprio modo di interpretare e di vivere il vintage.

Sono davvero felicissima di vedere l’entusiasmo con il quale avete accolto la mia domanda relativa al vostro punto di vintage e vi ricordo che avete tempo sino a domani sera, 20 giugno, per renderci partecipi del vostro modo di viverlo.

Ma ora vi lascio a questa bella storia, in cui la borsa regna sovrana e diventa un oggetto che parla, racconta ed esprime un modo tutto particolare di vivere la moda. Il gusto sofisticato e retrò di queste borse, realizzate spesso con tessuti vintage, ci trasmette una sensazione di magia e charm ed una forte nostalgia per la bellezza del passato di cui però, fortunatamente, possiamo deliziarci ancora in questo nostro presente.

Buona lettura e a domani con la chiusura del contest!

 

D: Cos’è Narcysa Retro Chic e chi sta dietro a questo progetto?

R: Narcysa nasce da un ricordo.

Nostra nonna, la nonna Agata, era una sarta nel tempo in cui la povera gente, che non aveva neanche il pane, s’ingegnava per  copiare l’eleganza delle gran signore e le ragazze disegnavano con il “lapis” la riga sulle prime calze di nylon. Da bambine ci ha fatto assaporare quell’atmosfera dal sapore antico, le canzoni senza tempo che tutt’oggi ascoltiamo e cantiamo, gli aromi di ricette tradizionali della nostra terra; ci ha mostrato l’importanza anche di un pezzetto di stoffa o di un bottone, ci ha raccontato della guerra con gli occhi di chi, mentre fuori era la follia, covava dentro sé speranze e il sacro fuoco della gioventù. I suoi racconti sono stati la nostra strada di mattoni gialli per arrivare alla città di Smeraldo. E ci siamo arrivate. Abbiamo capito solo dopo un evento che ha segnato particolarmente il nostro cammino: entrambe siamo laureate in Giurisprudenza e la laurea della più piccola di noi è stata festeggiata con un party a tema anni ‘30. Sembra piuttosto bizzarro, anche perché questo è avvenuto qualche anno fa, quand’ancora non era scoppiata la mania del Vintage e realizzare una festa con tale tema era piuttosto inusuale. Lì sono stati coinvolti  tutti gli ospiti e  la visione d’insieme è stata quasi un’epifania: frange sfarfallanti, quadri liberty alle pareti, candele e i convitati che ballavano sulle note del trio Lescano! Era tutto talmente bello che non poteva assolutamente lasciarci indifferenti, è stato come tornare indietro nel tempo! Da lì a poco è nata la prima borsetta Narcysa  che, per quanto imperfetta a assolutamente da considerare come prototipo, custodiamo gelosamente proprio perché è stata ricavata da una delle vecchie gonne che la nonna ci ha lasciato in eredità.

D: Sicuramente la figura della nonna ha guidato molto il vostro gusto ma, al di là di questo, che cos’è per voi il Vintage e qual è l’interpretazione che ne date attraverso Narcysa Retro Chic?

R: Avere una nonna che non buttava via mai niente – con le conseguenti “stratificazioni storiche” che si ammassavano dentro i suoi armadi e cassetti – ci ha permesso di vedere la moda evolversi attraverso i suoi abiti e i suoi accessori; ad un certo punto abbiamo cominciato ad usarli riscoprendo una femminilità nuova rispetto agli “eccessi” della moda degli anni ‘80 e ‘90. Per questa ragione possiamo affermare che per noi il vintage non è un ritorno di fiamma, una moda passeggera che magari, fra sei mesi od un anno verrà sostituita da una nuova, ma un vero e proprio stile di vita, tanto che per la maggior parte delle nostre creazioni andiamo a ricercare quei particolari che a un certo punto della storia del costume si è deciso di archiviare come “roba vecchia”: tessuti, catenine, bottoni dimenticati in un angolo dei negozi storici della nostra città, che, come quelle stoffe, sono riusciti a resistere attraverso le mode e i tempi. Tali “esperimenti stilistici” hanno spesso suscitato l’interesse di incuriosite clienti e più di una volta ci è capitato che quei tessuti andassero poi a ruba proprio perché, chi sceglie consapevolmente vintage, sa che quell’oggetto ha già una storia da raccontare.

D: Se doveste raccontare Narcysa Retro Chic in un’immagine, quale sarebbe?

L’immagine che abbiamo scelto è una foto di Louise Brooks, un’attrice del cinema muto. Rappresenta esattamente quello che vorremmo fosse Narcysa: eleganza, raffinatezza, femminilità, amore per il bello e il ricercato.

D: L’immagine delle dive, partendo dal cinema muto ed arrivando sino agli anni ’50 del Novecento, è stata fortemente caratterizzata dallo charm che spesso era il risultato di uno studio mirato di celebri ed abili costumisti. Il gioiello è sempre stato uno degli accessori prediletti per creare un certo tipo dimmagine. Pensiamo ad un incontro: Narcysa Retro Chic ed il bijou vintage. Cosa vi viene in mente?

R: Naturalmente ci appassiona tutto ciò che ruota intorno alle atmosfere, ora folli ora più pacate, degli anni ‘20 e ‘30. Nella nostra graduale ricerca del vintage negli anni e nei cassetti di casa, un giorno abbiamo trovato una splendida borsetta gioiello con chiusura ad incastro, finemente intarsiata, il cui corpo era formato da una delicata maglia metallica che finiva in delle piccole sfere argentate. All’interno abbiamo trovato un carnet da ballo che nascondeva una foto ed una lettera che era indirizzata proprio alla proprietaria della borsetta, una delle sorelle della bisnonna…era una lettera d’amore! Dietro la foto c’era racchiusa, in una manciata di nomi che formavano ascendenze e discendenze, la storia di questa donna che per noi era soltanto una bella signora con uno sguardo greve ma che, a ben guardare, era un pezzo anche del nostro passato. Recentemente poi, abbiamo avuto il piacere di conoscere una donna, un’antiquaria, che importa gioielli americani d’epoca. Con quale curiosità ed emozione cerchiamo di immaginare i volti delle donne che li hanno indossati prima di noi! E’ proprio questo il fascino del vintage. Scoprire che qualcuno, prima di te, con i suoi desideri, dolori, speranze, illusioni, ha tenuto in mano un oggetto, l’ha sfoggiato, magari con orgoglio.

D: Grazie per la suggestiva storia che avete voluto raccontarci e per le bellissime creazioni che ci proponete. Come possano contattarvi i miei lettori qualora volessero visionare le vostre collezioni o farvi delle domande?

Il nostro sito è narcysaretrochic.com e vi sono inserite le nostre collezioni e i nostri prodotti. Per qualsiasi richiesta basta compilare il form dei contatti!

 

Erika Zacchello

 

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