Gli anni Quaranta, tra moda e gioiello

Quella degli anni Quaranta è la decade del secondo grande conflitto mondiale prima della ricostruzione.

Nella prima metà del decennio la realtà della propaganda degli USA serve per diffondere il senso di necessità di sforzo economico in favore dell’impresa bellica. Fiorisce una vasta pubblicistica di pin up, le cui immagini dovevano servire a sollevare il morale dei giovani militari.

immagine di pin upSi diffondono i gioielli patriottici che erano indossati da chi voleva augurare ai soldati buona fortuna. A causa di un decreto presidenziale che vietava l’uso di materiali utili a scopi bellici, erano fatti con materiali facilmente reperibili e più disparati come rafia, legno, resine e, per la produzione più raffinata, sterling, ovvero argento 925.

Sarà in questo decennio che la creatività dei disengatori americani regalerà i bijoux più originali.

Negli anni della guerra l’impossibilità di importare da Parigi, allora Nazione della moda, modelli di abiti e gioielli, darà l’impulso alla creatività dei disegnatori americani, anche se il razionamento dei tessuti farà si che gli abiti femminili siano molto simili all’abbigliamento militare: gonne dritte e sotto il ginocchio, giacche corte, borse a cartella.

In Italia, per quanto riguarda gli abiti, ci sarà in continuazione il tentativo di appropriarsi di bozzetti parigini, in quanto le donne non accetteranno mai di non vestire alla francese, pratica sanzionata dal regime che inizierà a porre un marchio di qualità sugli abiti che devono rispecchiare lo stile fascita.

In questo periodo diversi creatori cercano rifugio negli Stati Uniti e molti di loro riprenderanno la produzione dopo la guerra.

Nel 1946 si inizia a fare sistematicamente pubblicità su autorevoli riviste del settore come Vogue.

Nel 1947 nasce il new look di Christian Dior (caratterizzato da lunghe gonne con larghe crinoline, tacchi alti e spalle

new look di christian dior

Christian Dior e il suo new look

imbottite) che crea grande shock nella moda ma anche nella società, tanto da non essere inizialmente gradito e accettato.

Dopo il grigiore degli anni ’40 c’è la voglia di colore. Con la fine della guerra le tecniche e i materiali dell’industria bellica vengono usati per produrre anche accessori per la casa (vinile, formica ecc…). La nascita delle stoffe nuove e la più diffusa possibilità di avere una lavatrice, permettono a quasi tutti di avere vestiti puliti.

E’ il decennio del rock ‘n roll, dei blue jeans e della Barbie.

Il cambio della moda rende necessari nuovi modelli di bijoux, che ora non solo sono socialmente accettati ma diventano un accessorio chic, tanto da essere scelti da Mamie Eisenhower che, nel 1953 per il ballo di inaugurazione della presidenza del marito, commissionò a Trifari la creazione di una parure da abbinare al suo vestito.

anello cocktail vintageGrazie alle migliorate condizioni economiche diventa possibile invitare amici e conoscenti a cena o per il cocktail, cogliendo così l’occasione per indossare su semplici vestiti neri, appariscenti gioielli, soprattutto anelli, detti appunto anelli cocktail.

Un gioiello dall’indiscusso fascino oggi tornato di gran moda come lo stile degli anni Quaranta!

E.Z.

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Il cuore dei piccoli italiani batte per un bijou tricolore

Bambini, spirito patriottico e coscienza ecologista: tre elementi apparentemente così distanti ed invece così vicini oggi, o meglio, lo saranno giovedì 21 luglio, dalle ore 21 presso la sala didattica del Museo del Bijou di Casalmaggiore.

La serata organizzata dal museo della provincia di Cremona sarà dedicata ai bambini e il suo tema sarà “Bijoux Tricolori“. Si tratta di un’occasione offerta ai piccoli creativi per produrre gioielli che porteranno i tre colori della bandiera italiana e che verranno creati rigorosamente in materiale non prezioso e, soprattutto, riciclato!

Con il supporto delle operatrici museali o semplicemente della loro fantasia, bambine e bambini daranno vita ad originali oggetti d’ornamento da indossare, regalare alle proprie mamme e agli amici.

Un’occasione per vivere il museo e per dare vita alla propria creatività.

Questa iniziativa è uno stimolo a parteciparvi con i propri figli per chi potrà ma, anche, uno stimolo per le realtà museali di tutto il territorio italiano e, allo stesso tempo, per i genitori di ragazzi creativi che potranno interrogarsi sulla possibilità di incoraggiare il proprio figlio a dedicarsi ad un’attività in cui produrre qualocsa con le proprie mani.

Carrozzina Inglesina tricolore... i bambini che parteciperanno alla serata di Casalmaggiore saranno sicuramente meno piccoli!

In un’epoca in cui vige il consumismo ma anche il recupero del vintage ed è viva la voglia di progresso ma con un forte attaccamento alle proprie radici, è bello vedere come dei bambini possano sperimentare tutto questo ed imparare a conoscerlo attraverso un bijou che, non a caso anche questa volta, si fa portatore di valori: creatività, impegno verso l’ambiente ed amore per la propria terra d’origine che quest’anno viene celebrata.

 

Per chi volesse vivere questa esperienza l’appuntamento è per giovedì 21 luglio alle 21.30 presso il Museo del Bijou di Casalmaggiore (per info Dott.ssa Letizia Frigerio 0375.284423).

Sarete i benvenuti. Non ci sono dubbi.

E.Z.

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Stefania e il suo nuovo bijou!

Ciao a tutti,

oggi ho il piacere di mostrarvi questa foto inviatami da Stefania Durbano, premiata per il suo Punto di Vintage, con il suo nuovo bijou: un medaglione floreale, risalente agli anni ’30 creato in celluloide lavorata, sorretto da una catena dorata.

 

stefania durbano

Stefania Durbano, premiata per il suo Punto di Vintage, indossa il suo nuovo bijou!

Spero che questo incontro possa essere l’inizo di un nuovo amore tra Stefania ed il suo gioiello.

 

E.Z.

 

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Intervista a Paolo Zani: un cuore che batte per la storia di Casalmaggiore

Cari amici,

alcune settimane fa, annunciandovi la presentazione del mio libro, ho avuto l’occasione di parlarvi del Museo del Bijou di Casalmaggiore. Avendo ricevuto diverse email in cui mi sono state richieste alcune informazioni in più relativamente a questa realtà, ho deciso di intervistare Paolo Zani, il pesidente dell’associazione Amici del Museo del Bijou di Casalmaggiore, al fine di poter soddisfare la vostra curiosità e il vostro interesse.

Intanto ringrazio Paolo Zani per questa interessante intervista, ricca di informazioni e di curiosità, e vi auguro una buona lettura!

Erika


D: Dott. Zani, in veste di presidente dell’associazione, può raccontarci quando, come nasce e di cosa si occupa l’Associazione amici del museo del bijou di Casalmaggiore?

L’Associazione “Amici del Museo del bijou di Casalmaggiore” nasce per felice intuizione del suo fondatore, dr. Francesco Zaffanella, il sette novembre 1986 con atto notarile. I soci fondatori furono nove.
L’Associazione, come recita l’atto fondativo, senza finalità di lucro si propone di perseguire diversi scopi, tra cui raccogliere e valorizzare oggetti di oreficeria in metallo non prezioso, medaglie, occhiali, monili vari ecc., materiale fotografico e documentale, macchinari ed attrezzi da lavoro provenienti da industrie locali e non locali produttrici di questi oggetti; promuovere attività di carattere culturale ed informativo al fine di contribuire alla ricerca scientifica, storica ed artistica nei diversi settori di competenza del Museo; adottare iniziative di carattere didattico per creare le condizioni favorevoli alla rinascita dell’industria orafa nel Comune di Casalmaggiore.

D: Può raccontarci qualche aneddoto sulla nascita del museo del bijou?
Il Museo, come spesso accade, nasce del tutto casualmente. Bisogna precisare che l’azienda, la F.I.R.,  che produsse per parecchi decenni bigiotteria, esiste ancora oggi nonostante abbia diversificato e abbandonato questo tipo di produzione.
Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso, alcuni operai ancora dipendenti della F.I.R. che avevano lavorato anche alla produzione di bigiotteria, vengono a conoscenza del fatto che l’azienda, dovendo recuperare degli spazi inutilizzati e adibiti a temporaneo deposito dei “vecchi” campionari del bijou, intende disfarsi del materiale rimasto vendendo il tutto, per pochi spiccioli,  ad un rigattiere di  Parma.
La sensibilità di questi due operai, Miro Lanzoni e Giovanni Moreschi, che avevano intuito la grave perdita per tutta la comunità di Casalmaggiore,  fece sì che della cosa venissi a conoscenza io direttamente; allora ero sindacalista nella zona casalasca e seguivo le vicende di quest’azienda.
Una sera vedo arrivare nel mio ufficio Miro e Giovanni che, un po’ agitati, mi informano delle intenzioni dell’azienda  e mi chiedono se sia possibile fare qualcosa.
Immediatamente presi contatto con l’allora Sindaco, Antonio Gardani anch’egli ex dipendente F.I.R. e persona sensibile alla storia locale che, informato del fatto, si mise in contatto con l’amministratore delegato dell’azienda, Carlo Bergamaschi, per bloccare l’operazione.
Nei giorni seguenti  tutto il materiale veniva ceduto al Comune di Casalmaggiore con l’impegno di liberare al più presto i locali dove il materiale era immagazzinato.
Fisicamente,  siamo andati personalmente a ritirare il tutto, non dico in che condizioni era il materiale, e l’abbiamo portato in un’aula dell’ex liceo che ci era stata messa a disposizione dal Sindaco.

Un'immagine del "Fabbricone"

A questo punto veniva il bello! che fare?
La prima idea fu quella di ordinare e conservare la raccolta ma, con il passare del tempo, acquisite diverse macchine, attrezzi da lavoro, stampi e documenti, si passò a progettare non una semplice raccolta o museo aziendale ma un museo archeologico – industriale anche se di limitate dimensioni ed estremamente specializzato.
Mi piace qui ricordare la figura del compianto dr. Zaffanella che con metodo, pazienza e precisione passò dall’idea al progetto.

D: In che modo si passò dall’idea al progetto?
Innanzitutto prendendo contatti con il prof. Sergio Coradeschi del Politecnico di Milano che una volta visionato il materiale ci incoraggiò a continuare nell’impresa, poi tenendo contatti con il settore musei della Regione Lombardia nella persona del dr. Alberto Garlandini che, di fatto, intuendo l’importanza dell’iniziativa, ci legittimò.
A questo punto avuta “la benedizione” dei tecnici e dei “politici” si trattava di partire concretamente.
L’amministrazione comunale deliberò la costituzione del Museo del Bijou di Casalmaggiore e all’Associazione toccò di fatto l’onore e l’onere di realizzarlo.
C’era da inventare tutto: dalla pulizia degli oggetti, dal colore delle cartelle sulle quali collocarli,  dal restauro delle macchine e qui mi viene in mente una accesa discussione sul come riverniciare le macchine.
Si trattava di decidere se utilizzare il “grigio” piuttosto che il “verde” macchina, perché abbiamo scoperto che ogni epoca aveva il suo colore di adozione…e poi, la vernice, doveva essere “liscia” o “martellata”? Le macchine andavano restaurate di tutto punto o lasciate con i segni dell’usura e del tempo?
Ovviamente senza l’aiuto di nessuno perché, al proposito, le scuole di pensiero si sprecavano.
Non posso, qui,  dimenticare anche  l’importanza del lavoro di due ex operarie della F.I.R., due sorelle dai nomi vagamente da “romanzo d’appendice”, Sebastiana ed Artemisia che fisicamente si assunsero l’onere di riportare su cartelle nuove tutto il materiale, da loro stesse, debitamente ripulito.
La cosa curiosa è che, queste due splendide signore, avendo lavorato nel settore campionatura della F.I.R. ricordavano ancora la disposizione degli oggetti ed anche la loro presunta datazione e quindi riuscirono a ricostruire, nella gran parte dei casi,  le cartelle così come erano originariamente.
Nel 1989 si realizzò la prima uscita pubblica con la mostra ” Il Museo del bijou di Casalmaggiore -Dall’idea al progetto”, una mostra in cui si presentava l’iniziativa ed alcuni oggetti, macchine restaurate e strumenti di lavoro oltre a documentazione cartacea e fotografica d’archivio.
Fu un enorme successo perché, c’è da dire, che la produzione di bijoux interessò la nostra comunità per più di settant’anni e nei tempi d’oro occupò fino a 600 dipendenti. Si può dire  che non ci fu una sola famiglia di Casalmaggiore che non fosse direttamente o per indotto interessata alla produzione di bijoux.

Spille a fiore esposte al Museo del Bijou di Casalmaggiore

Spille a fiore esposte al Museo del Bijou di Casalmaggiore

Si può tranquillamente affermare che il  “Fabbricone”, come confidenzialmente viene ancor oggi definita la fabbrica, ha rappresentato per anni una delle poche risorse del territorio.
La cosa veramente bella e curiosa era vedere anziani ex operai ed operaie,  davanti ad una gigantografia che riproduceva le maestranze negli anni ’30, riconoscersi e riconoscere vecchi compagni di lavoro: quanti commenti, quanti ricordi, quanti pettegolezzi ormai destinati all’oblio.
Capimmo subito che noi e l’Amministrazione comunale avevamo visto giusto: l’idea del Museo  era piaciuta perché fortemente radicata nel territorio.
Sulla scorta di questa iniziativa si riuscì a recuperare altro materiale, anche da privati,  per l’allestimento del Museo.
Anche ditte esterne ci fecero dono dei loro campionari, di macchine e di strumenti da lavoro.

D: Nel suo racconto si sente molta partecipazione e passione. Come si diventa soci dell’associazione qualora si volesse condividere con voi tutto questo?
Molto semplicemente facendo una richiesta o dimostrando l’interesse concreto alle nostre iniziative.

D: Quali iniziative sono state promosse e portate avanti dall’associazione?
Innanzitutto il recupero e la valorizzazione del materiale museale e poi la sua catalogazione fotografica mediante foto con negativi di alta qualità visto che allora non c’era ancora la tecnologia digitale, per poter permettere agli studiosi di consultare tutto il materiale comodamente. I pezzi singoli conservati nel museo sono più di ventimila quindi non facilmente accessibili.
Poi la realizzazione del Museo: il sogno si è realizzato con l’inaugurazione avvenuta nel 1996.
L’Amministrazione comunale nell’ambito della realizzazione della nuova biblioteca individuò uno spazio nei seminterrati del collegio ex Barnabiti che fu destinato alla sede museale.
Da allora l’Associazione si è spesa per sostenere il Museo e per dare nuove idee ed iniziative per il suo sviluppo.
Abbiamo pensato che fosse opportuno individuare dei settori specifici nel materiale a nostra disposizione per fare delle mostre temporanee a tema fisso corredate da pubblicazioni tematiche: questo per poter realizzare nel tempo una sorta di “raccolta” a dispense di tutto il materiale diviso per aree tematiche.

Foto presente nella mostra fotografica sui 25 anni di storia del Museo del Bijou

Per ora abbiamo già concretizzato due temi, “Il sacro indosso”, utilizzando parte del materiale religioso prodotto si è realizzata una mostra tematica con relativa pubblicazione.
Bisogna sapere che negli anni d’oro la produzione di materiale religioso rappresentò una parte cospicua della produzione di bijoux; potrei tranquillamente affermare che in quegli anni (’30 e ’40) non ci fu Santuario nel mondo che non vendesse materiale prodotto a Casalmaggiore!
E poi “La fabbrica dell’oro matto”, un’interessante mostra sulle macchine utilizzate per la produzione di bijoux. La pubblicazione che analizza le varie funzionalità e utilizzo delle macchine  è stata realizzato con il contributo del Cesa (Centro per la storia dell’Ateneo) del Politecnico di Milano.

D: Quali sono i progetti sui quali l’associazine sta lavorando?
L’associazione, ultimamente, ha vissuto un brutto momento: infatti nell’agosto 2010 ci ha lasciato il suo fondatore e Presidente da sempre, il dr. Francesco Zaffanella.
Ma, nel suo ricordo,  e per non lasciare cadere nel nulla l’Associazione nella quale aveva tanto creduto e aveva speso gran parte delle sue energie ci siamo rimboccati le maniche.
Recentemente abbiamo realizzato una mostra fotografica per festeggiare i 25 anni di fondazione dell’Associazione nella quale con 70 immagini ripercorriamo tutta la storia di questi nostri primi 25 anni.
Quanti ricordi, quanta nostalgia nel riscoprire l’entusiasmo che ci ha animato e che speriamo ci animi ancora per il futuro.
Grazie ad un rinnovato spirito di collaborazione con l’attuale Amministrazione comunale, l’Associazione sta ritrovando il suo ruolo e nuovo slancio per il futuro.
Per l’immediato abbiamo in cantiere  una mostra monografica su Paride Bini un insigne incisore, da anni scomparso,  che ha lasciato parecchio materiale sulle sue varie abilità artistiche nel campo specifico del bijou.
Vorremo realizzare un “mercatino del bijou” invitando operatori qualificati nel vintage e bijou d’epoca da tenersi due, tre volte all’anno negli spazi adiacenti al Museo.
Siamo intenzionati anche a proseguire nell’assistenza ai visitatori del Museo soprattutto per quanto riguarda l’attività didattica rivolta agli alunni delle scuole: questo è un campo di intervento molto felicemente sostenuto sia dall’attuale conservatore del Museo, Dott.ssa. Letizia Frigerio, sia dall’Assessorato alla cultura poichè hanno intuito che il Museo non può ridursi ad una mera esposizione di oggetti ma deve trovare nuovo impulso in attività “non tradizionali”.
Il lavoro non ci manca, l’entusiasmo neanche, speriamo di essere ancora utili al nostro caro Museo del Bijou di Casalmaggiore!

 

Un grazie sincero a Paolo Zani per questa intervista.

Per approfondimenti sul Museo del Bijou visitate il sito ufficiale .

Qui di seguito potete visionare un’intervista rilasciata da Paolo Zani per il TGR Prodotto Italia.

 

Erika Zacchello

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Un bijou per il Punto di Vintage di Stefania Durbano

Carissimi amici ed amiche, grazie davvero tantissimo per la partecipazione e l’entusiasmo con il quale avete accolto la mia proposta di raccontarmi il vostro Punto di Vintage!
Sono davvero rimasta colpita da molte delle vostre frasi e per me è stato molto difficile scegliere la più significativa tra tutte.
Sono stata colpita dalla vostra poesia e dalla capacità di raccontare le vostre emozioni in poche frasi accostando parole evocative.

La poesia di Flavia e di Fleurette, la concretezza di Hervè, il racconto coinvolgente di Erica ma anche l’ironia di Raffaella e i riferimenti di Renata ed Elisabetta. E questo è solo per citarne alcune, senza escluderne nessuna.

Tra tutte però, dopo averle rilette decine e decine di volte, arrivando davvero a farle mie, mi ha colpito molto la sintesi fortemente espressiva di una, ovvero quella di Stefania Durbano che dice: “Il vintage è come la vita: accade che ci si debba lasciare accarezzare dalle cose e dagli eventi belli del passato per gioire dolcemente del presente”.

Di questa frase mi ha colpita la poesia che è in grado di proiettarci da passato al presente attraverso una carezza, una coccala, un realo a noi stesse.

Condividuo questa idea del vintage. Un regalo che arriva dal passato, rimane in vita e ci fa del bene nel presente, un po’ come dovrebbe essere la vita in cui il presente è una conseguenza di ciò che siamo stati. Io vorrei che il vintage fosse questo!

Per questo motivo ho deciso di premiare questo pensiero con un bijou, vintage, direttamente dal passato in questo presente!

Ma voglio premiare tutti coloro che hanno lasciato il loro pensiero con un regalo che manderò nelle vostre email (chi non l’avesse lasciata perfavore mi contatti in privato al mio indirizzo email erika_zak@hotmail.com): spero possa essere un regalo gradito!

Grazie per avere condiviso.

Alla base del vintage c’è la condivisione di un oggetto e di una emozione. Nel tempo.

Erika

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Il punto di vintage di Narcysa Retro Chic: i ricordi in una borsetta

Cari tutti,

come annunciato nel precedente post, questa settimana viene pubblicata la prima intervista dedicata al punto di vintage di una realtà che ha voluto raccontarci il proprio modo di interpretare e di vivere il vintage.

Sono davvero felicissima di vedere l’entusiasmo con il quale avete accolto la mia domanda relativa al vostro punto di vintage e vi ricordo che avete tempo sino a domani sera, 20 giugno, per renderci partecipi del vostro modo di viverlo.

Ma ora vi lascio a questa bella storia, in cui la borsa regna sovrana e diventa un oggetto che parla, racconta ed esprime un modo tutto particolare di vivere la moda. Il gusto sofisticato e retrò di queste borse, realizzate spesso con tessuti vintage, ci trasmette una sensazione di magia e charm ed una forte nostalgia per la bellezza del passato di cui però, fortunatamente, possiamo deliziarci ancora in questo nostro presente.

Buona lettura e a domani con la chiusura del contest!

 

D: Cos’è Narcysa Retro Chic e chi sta dietro a questo progetto?

R: Narcysa nasce da un ricordo.

Nostra nonna, la nonna Agata, era una sarta nel tempo in cui la povera gente, che non aveva neanche il pane, s’ingegnava per  copiare l’eleganza delle gran signore e le ragazze disegnavano con il “lapis” la riga sulle prime calze di nylon. Da bambine ci ha fatto assaporare quell’atmosfera dal sapore antico, le canzoni senza tempo che tutt’oggi ascoltiamo e cantiamo, gli aromi di ricette tradizionali della nostra terra; ci ha mostrato l’importanza anche di un pezzetto di stoffa o di un bottone, ci ha raccontato della guerra con gli occhi di chi, mentre fuori era la follia, covava dentro sé speranze e il sacro fuoco della gioventù. I suoi racconti sono stati la nostra strada di mattoni gialli per arrivare alla città di Smeraldo. E ci siamo arrivate. Abbiamo capito solo dopo un evento che ha segnato particolarmente il nostro cammino: entrambe siamo laureate in Giurisprudenza e la laurea della più piccola di noi è stata festeggiata con un party a tema anni ‘30. Sembra piuttosto bizzarro, anche perché questo è avvenuto qualche anno fa, quand’ancora non era scoppiata la mania del Vintage e realizzare una festa con tale tema era piuttosto inusuale. Lì sono stati coinvolti  tutti gli ospiti e  la visione d’insieme è stata quasi un’epifania: frange sfarfallanti, quadri liberty alle pareti, candele e i convitati che ballavano sulle note del trio Lescano! Era tutto talmente bello che non poteva assolutamente lasciarci indifferenti, è stato come tornare indietro nel tempo! Da lì a poco è nata la prima borsetta Narcysa  che, per quanto imperfetta a assolutamente da considerare come prototipo, custodiamo gelosamente proprio perché è stata ricavata da una delle vecchie gonne che la nonna ci ha lasciato in eredità.

D: Sicuramente la figura della nonna ha guidato molto il vostro gusto ma, al di là di questo, che cos’è per voi il Vintage e qual è l’interpretazione che ne date attraverso Narcysa Retro Chic?

R: Avere una nonna che non buttava via mai niente – con le conseguenti “stratificazioni storiche” che si ammassavano dentro i suoi armadi e cassetti – ci ha permesso di vedere la moda evolversi attraverso i suoi abiti e i suoi accessori; ad un certo punto abbiamo cominciato ad usarli riscoprendo una femminilità nuova rispetto agli “eccessi” della moda degli anni ‘80 e ‘90. Per questa ragione possiamo affermare che per noi il vintage non è un ritorno di fiamma, una moda passeggera che magari, fra sei mesi od un anno verrà sostituita da una nuova, ma un vero e proprio stile di vita, tanto che per la maggior parte delle nostre creazioni andiamo a ricercare quei particolari che a un certo punto della storia del costume si è deciso di archiviare come “roba vecchia”: tessuti, catenine, bottoni dimenticati in un angolo dei negozi storici della nostra città, che, come quelle stoffe, sono riusciti a resistere attraverso le mode e i tempi. Tali “esperimenti stilistici” hanno spesso suscitato l’interesse di incuriosite clienti e più di una volta ci è capitato che quei tessuti andassero poi a ruba proprio perché, chi sceglie consapevolmente vintage, sa che quell’oggetto ha già una storia da raccontare.

D: Se doveste raccontare Narcysa Retro Chic in un’immagine, quale sarebbe?

L’immagine che abbiamo scelto è una foto di Louise Brooks, un’attrice del cinema muto. Rappresenta esattamente quello che vorremmo fosse Narcysa: eleganza, raffinatezza, femminilità, amore per il bello e il ricercato.

D: L’immagine delle dive, partendo dal cinema muto ed arrivando sino agli anni ’50 del Novecento, è stata fortemente caratterizzata dallo charm che spesso era il risultato di uno studio mirato di celebri ed abili costumisti. Il gioiello è sempre stato uno degli accessori prediletti per creare un certo tipo dimmagine. Pensiamo ad un incontro: Narcysa Retro Chic ed il bijou vintage. Cosa vi viene in mente?

R: Naturalmente ci appassiona tutto ciò che ruota intorno alle atmosfere, ora folli ora più pacate, degli anni ‘20 e ‘30. Nella nostra graduale ricerca del vintage negli anni e nei cassetti di casa, un giorno abbiamo trovato una splendida borsetta gioiello con chiusura ad incastro, finemente intarsiata, il cui corpo era formato da una delicata maglia metallica che finiva in delle piccole sfere argentate. All’interno abbiamo trovato un carnet da ballo che nascondeva una foto ed una lettera che era indirizzata proprio alla proprietaria della borsetta, una delle sorelle della bisnonna…era una lettera d’amore! Dietro la foto c’era racchiusa, in una manciata di nomi che formavano ascendenze e discendenze, la storia di questa donna che per noi era soltanto una bella signora con uno sguardo greve ma che, a ben guardare, era un pezzo anche del nostro passato. Recentemente poi, abbiamo avuto il piacere di conoscere una donna, un’antiquaria, che importa gioielli americani d’epoca. Con quale curiosità ed emozione cerchiamo di immaginare i volti delle donne che li hanno indossati prima di noi! E’ proprio questo il fascino del vintage. Scoprire che qualcuno, prima di te, con i suoi desideri, dolori, speranze, illusioni, ha tenuto in mano un oggetto, l’ha sfoggiato, magari con orgoglio.

D: Grazie per la suggestiva storia che avete voluto raccontarci e per le bellissime creazioni che ci proponete. Come possano contattarvi i miei lettori qualora volessero visionare le vostre collezioni o farvi delle domande?

Il nostro sito è narcysaretrochic.com e vi sono inserite le nostre collezioni e i nostri prodotti. Per qualsiasi richiesta basta compilare il form dei contatti!

 

Erika Zacchello

 

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Qual è il tuo Punto di Vintage?

Il vintage non è solo una moda. Il vintage è uno stile di vita, un modo di pensare.

Il vintage è un punto di vista attraverso il quale interpretare il proprio modo di essere e di vivere gli oggetti che ci circondano nella nostra quotidianità.

Si può avere uno stile vintage nonostante un solo dettaglio, scelto e curato, proprio come un dettaglio deve essere.

scarpa Decoltè rossaBasta un bracciale di lucite nero con i pois bianchi, una decoltè rossa di vernice o una borsetta a bustina di pizzo nero per cambiare totalmente un abito, per rinnovarlo e renderlo attuale con un gusto che affonda la sua attualità nelle nostre radici. Ecco cosa vuol dire per me essere vintage.

Sapere recuperare il passato rendendolo attuale, in modo sempre ed esclusivamente individuale, creando uno stile personale che sarà caratterizzato dal proprio punto di vista, o meglio, così come ho voluto chiamarlo in questa rubrica, il proprio punto di vintage.

E’ proprio con questa definizione, punto di vintage, che ho voluto denominare questa nuova rubrica nella quale intervisterò persone che del vintage non hanno solo fatto uno stile, ma una vera way of life. Sarà l’occasione per scoprire diverse realtà, magari poco conosciute, perchè esclusive, ricercate ed indirizzate, per la loro stessa natura, ad una nicchia.

Storie di vita, di esperienze, percorsi, passioni e creatività.

Tutte diverse ma tutte accomunate da una voglia di essere qui, ora e nel futuro, ma con un occhio attento al bello che arriva dal passato.

E tu, come interpreti il vintage? Qual è il tuo punto di vintage?

Raccontalo con una frase, postandola qui sotto – entro lunedì 20 giugno – lasciando un tuo indirizzo email al quale contattarti… sarò felice di mandare un regalo vintage, (un bijou a sorpresa!!) alla frase che colpirà di più sia me che i miei lettori con i loro commenti!

A prestissimo, con la prima intervista e con il vostro punto di vintage!

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La firma Eisenberg: quando l’accessorio fà davvero l’abito!

Quello della costume jewelry è un mondo affascinante e molto suggestivo, perchè ricco di storie curiose ed aneddoti interresanti che sono tipici del mondo della moda.

Oggi vorrei iniziare un percorso che ci porterà a conoscere storia, curiosità ed aneddoti sulle firme della costume jewelry.

Quella della bigiotteria americana è una tradizione che si basa, oltre che su documentazione e materiali, anche su una forte tradizione orale portata avanti da chi ha vissuto nelle aziende, da chi ha lavorato nelle fabbriche o nel commercio di questo settore. Il mio invito è quindi…Teniamo viva questa cultura!

Ho pensato di iniziare con un marchio molto charmante e sofisticato: Eisenberg Original.

Abito firmato Eisenberg risalente agli anni '40

Abito firmato Eisenberg risalente agli anni '40

Nel 1914 la Eisenberg & Sons Original da vita alla propria produzione di ricercati abiti da donna, commercializzati nelle boutique e nei più esclusivi grandi magazzini degli Stati Uniti. Lo stile della firma raccoglie il consenso delle signore più raffinate, tant’è che sono proprio queste donne della classe sociale più abbiente, ad essere le più affezionate clienti di Eisenberg.

Abiti fantastici e di classe che, seguendo la moda parigina lanciata da Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli, vengono decorati da gioielli di fantasia realizzati appositamente per la casa di moda: spille e clip dai cristalli color ghiaccio, create con i migliori vetri austriaci, decoravano sinuosi abiti da sera e da cocktail.

La popolarità di Eisenberg presto cresce e non solo per i suoi abiti! Nel 1935, i responsabili di un Grande Magazzino di Chicago, contattano Eisenberg per fargli presente che, ormai sempre più spesso, le clienti che si recavano nei negozi per provare gli abiti, sottraevano dai vestiti quei piccoli gioielli scintillanti che li decoravano! Ma perchè queste facoltose signore rubavano i gioielli invece di acquistarli? Semplice. Perchè questi affascinanti oggetti del desiderio non erano in vendita, ma venivano esclusivamente venduti assieme all’abito al quale erano abbinati.

Una serie di gioielli Eisenberg Ice abbinati ad un abito degli anni '30

Una serie di gioielli Eisenberg Ice abbinati ad un abito degli anni '30

Nasce così l’idea di mettere in produzione una vera e propria linea di costume jewelry di alta qualità con il marchio Eisenberg Ice; un nome curioso ed ironico, perchè il termine “ice” non si riferiva solamente alla pietra color ghiacco privilegiata dai desiger del marchio, ma anche perchè questa parolina, nello slang americano, faceva riferimento agli oggetti rubati!!!E’ da allora che le celebri spille firmate Eisenberg Originals, vengono commercializzate nelle lussuose scatole di velluto marchiate Eisenberg & Sons Original.

Ma chi era Jonas Eisenberg? Un imprenditore di origini austriache che, emigrato negli Stati Uniti nel 1880 apre a Chicago, la sua casa di produzione di abiti prêt-a-porter di qualità.
L’introduzione della linea di costume jewelry diventa per l’azienda una vera miniera d’oro tanto che, nel corso di alcuni anni, il gioiello diviene il prodotto trainante dell’azienda portando, nel 1958, alla cessazione della produzione di vestiti per dedicarsi esclusivamente all’accessorio.

Il nome Eisenberg è da subito sinonimo di qualità nel mondo della costume jewelry americana, grazie ai disegni raffinati, all’impiego delle migliori tecniche per la placcatura del metallo e dell’argento sterling, e all’utilizzo dei cristalli austriaci e delle pietre sintetiche più belle tra quelle disponibili sul mercato.

Topaz Quartz 1943 Vogue Magazine

Locandina pubblicitaria pubblicata su Vogue Americana nel 1943, in cui viene presentata una collezione Eisenberg con cristalli topazio

Il valore collezionistico di questi gioielli è oggi molto elevato e si aggira tra i 300 ed i 3000 Euro, a ragione della loro qualità ma anche della difficoltà di reperibiità sul mercato: chi ha la fortuna di possedere una spilla Eisenberg Original se la tiene ben stretta e non se la fa rubare!

E tu? Hai mai posseduto un’Eisenberg Ice? In che occasione è diventata tua? Parlami di lei!

Erika

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Salone del Libro di Torino 2011: come trovare un “gioiello” nel “pagliaio”?

E’ una grande soddisfazione vedere esposto tra gli scaffali del Salone del Libro di Torino il proprio libro, forse una delle emozioni più forti per uno scrittore. Domenica scorsa, durante l’edizione 2011 del Salone del Libro, ho avuto il piacere di provare questa emozione e la prima cosa che ho fatto d’impulso è stata quella di scattare una foto per immortalare questo momento indimenticabile!

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Il mio libro “il bijou nel sogno americano

Ma cosa si nasconde dietro ad una cosa così “semplice” come un libro esposto su uno scaffale? Perchè tutta questa “emozione” nel vederlo collocato in un punto visibile dello stand della propria casa editrice?

L’Italia è un popolo di scrittori, tanti scrivono ma, purtroppo, pochi leggono. La concorrenza editoriale è elevata, soprattutto quando si parla di romanzi e i nomi degli autori esposti in vetrina nelle librerie, si contano sulle dita di qualche mano. Le librerie preferiscono andare sul sicuro – chi non lo farebbe? – proponendo titoli di autori noti che sono più facilmente vendibili.

E’ gli scrittori esordienti?

Lottano, cercando di farsi conoscere nel marasma editoriale in cui libri su libri vengono costantemente pubblicati dalle case editrici.

Se sei uno scrittore esordiente, quasi sicuramente, avrai pubblicato con una piccola casa editrice la quale, per motivi bene evidenti, non potrà occuparsi più di tanto della promozione del tuo libro. Quindi, cosa fare? Se si crede nel proprio prodotto, se si pensa che sia di una qualità tale da servire al pubblico, allora si lavora sodo per promuoverlo. Si confida nel parere di coloro che hanno letto il tuo libro, si chiede loro un riscontro mediante un commento ed una recensione e si cerca di comunicare a più persone possibile – ovviamente a coloro che possono essere interessate al tuo argomento – l’esistenza del tuo libro… in questo modo spesso si incontrano chi ti ringrazia per avergli fatto conoscere l’esistenza della tua pubblicazione, perchè da tempo cercava qualcosa che parlasse dell’argomento.

Quanti libri affollano una libreria?

Questa cosa comporta soddisfazione e, allo stesso tempo, ti fa capire come spesso sia difficile muoversi in una libreria, alla ricerca del libro che stai cercando. Oppure, come sia difficile che, per caso, il libro che stai cercando di “capiti” tra le mani.

Il miglior modo per promuovere un libro, il proprio libro, è quello di credere nel proprio prodotto e presentarlo ai lettori che, fidandosi di te e scommettendo sull’acquisto che stanno facendo, possono diventare con te dei sostenitori di quello che tu stesso stai promuovendo. Leggere, formarsi e conoscere è uno dei patrimoni più importanti che abbiamo per la nostra individualità e la condivisione assieme all’entusiasmo, è un fattore fortissimo!

Un libro che è riuscito a comunicare se stesso grazie al suo autore è un libro che viene esposto e che, piano piano, grazie ai lettori che lo richiedono, si fa “vedere” tra gli scaffali di una libreria.

Su milioni di libri, domenica 15 maggio, il mio era lì, esposto su uno scaffale di metallo accanto ad un altro, e dietro di lui tanti altri libri, tante altre storie in attesa di essere scoperte.

Se ce la farà, sarà merito nostro: del libro, mio, ma soprattutto vostro, che credendo nel progetto avete deciso di sceglierlo.

E.Z.

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La Spilla: la regina della costume jewelry

La spilla Adolph Katz per Coro

Celebre la spilla disegnata da Adolph Katz per Coro nel 1944

La Spilla

Perché parlare de la spilla come simbolo della costume jewelry americana?

Perché la spilla, dal 1850 al 1970 è diventata – e poi rimasta – l’indiscussa protagonista della bigiotteria, sia nello scenario europeo che in quello statunitense.

La spilla è in grado di “parlare” a chi l’osserva e di esprimere attraverso di sé un messaggio, più di quanto qualsiasi gioiello possa fare. Questa sua peculiarità è resa possibile dalle caratteristiche intrinseche del gioiello stesso: non avendo vincoli strutturali come ad esempio una collana, un anello ed un bracciale, può manifestarsi sotto qualsiasi foggia, dimensione, struttura.

Con la spilla non vi sono limiti di materiali ne tanto meno di forme e questo consente al designer di poter dare vita alla propria creatività nello studio e nell’ideazione disegni originali e per nulla scontanti.

E’ con gli anni ’40 che si realizza l’apice della creatività tra designer di successo della bigiotteria come Adolph Katz, Gene Verri e Alfred Philippe. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, i contatti tra Europa ed America diventano sempre più limitati tanto da rendere difficile la circolazione delle riviste di moda: l’Europa – e nello specifico la Francia e l’Italia – che sino ad allora era stata il punto di riferimento per gli stilisti e i designer d’oltre Oceano, è difficilmente raggiungibile e non può più fungere da modello e da punto di riferimento.

Figurino anni '40 in una pubblicità di Miriam Haskell

Figurino anni ’40 in una pubblicità di Miriam Haskell

Come spesso accade le criticità hanno la potenzialità di trasformarsi in opportunità, ed è proprio questa opportunità che ci regalerà i migliori esempi di gioielleria americana, preziosa e non. L’isolamento dai modelli di riferimento e il contingentamento dei materiali quali ad esempio il metallo povero, darà l’occasione ai marchi del bijou di creare splendide spille in argento bagnato nell’oro, grandi ed appariscenti, ideali per adornare abiti semplici, lineari e spesso realizzati con tessuti grezzi e dai colori neutri.

La spilla negli anni ’40 diventa la “regina ” indiscussa della costume jewelry. Parla della donna che la indossa a chi la osserva. Lancia un messaggio, comunica il suo desiderio di femminilità anche nei momenti di difficoltà. Parla della sua volontà di manifestare il proprio status sociale, e comunica una sua specifica appartenenza ad un gruppo oppure la sua aderenza ad un ideale. E’ per questo motivo che, ad esempio, le donne americane cattoliche nel periodo di Natale possono riconoscersi a vicenda all’interno della collettività come membri dello stesso gruppo, indossando una spilla a forma di albero di Natale. Allo stesso modo, la spilla a soggetto patriottico,  può diventare un mezzo per dichiarare la propria vicinanza ai soldati impegnati nella seconda Guerra Mondiale.

Spilla patriottica americana, anni '40

Spilla patriottica americana, anni ’40

Spesso mi viene chiesto come mai la spilla non sia più di moda, e  la mia risposta è sempre: “ma non è vero che la spilla non è più di moda!”

Nelle collezioni di haute couture spesso un abito sarà accompagnato da la spilla in grado di catturare la luce dei riflettori. E’ molto differente dire che la spilla non sia più di moda piuttosto che la spilla non sia usata da tutte le donne. L’utilizzo di una spilla implica sicurmente, oggi, una certa volontà di osare e la voglia di comunicare qualcosa di sè.

Spilla Just Cavalli

Spilla firmata Just Cavalli

Se ben ci pensate la spilla, a differenza di un paio di orecchini o una collana, può essere indossata in diversi modi: sul bavero di una giacca, appuntata su un capello o sull’orlo di una gonna, come ciondolo di una collana o come fibia di una cintura.

Anche qui una regina: la regina della versatilità.

Ma tornando a noi… la spilla è di moda perchè la spilla detta la moda del gioiello. E’ la sua vezzosità, il suo essere “qualcosa in più” che la rende così particolare: è il dettaglio che fa la differenza e che trasforma un abito nell’abito.

Consiglio a tutti di provare ad indossare una spilla, magari una spilla vintage, con il suo fascino d’altri tempi scegliendola in base al proprio gusto e alle proprie attitudini: con le perle. con gli strass, le plastiche colorate o di legno.

E’ rischioso però. Le spille sono come le ciliegie… averne una non basta, se ne desidera subito un’altra!

Inizialmente forse sarà strano ed inconsueto per noi usarla, ma poi la spilla diventerà il nostro dettaglio, la nostra più cara amica.

Si sà, essere una regina non è da tutti, ma qualcuno dovrà pur assolvere a questo compito!

 

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